
Verso il “Movimento per la Liberazione”?
Per un nuovo
soggetto antagonista e riformatore
La situazione drammatica del mondo e l’urgenza
di una lotta e di una politica per la transizione
all’eco-socialismo
Tutti i segnali su ogni piano – ambientale, economico sociale, politico, valoriale, antropologico – ci dicono che la crisi del mondo è veramente totale, organica.
La guerra è l’ultima spia-rivelazione del drammatico aggravamento della crisi generale.
Il capitalismo, la politica del capitale e delle classi dominanti hanno cacciato il mondo in un cul de sac, nel buco nero di una crisi – senza – fine.
La barbarie è in corso e rischia di essere l’esito più probabile.
Ma se non ci rassegniamo al peggio e intendiamo lottare per un’altra possibilità, dobbiamo mettere all’ordine del giorno, per quanto possa apparire inattuale, illusoria o troppo ambiziosa, la transizione al socialismo, ad un socialismo della partecipazione, dell’ecologia e della libertà.
Non c’è una vera soluzione ai problemi del pianeta e dell’umanità interna al sistema capitalistico, alla sua logica distruttiva e alle sue contraddizioni.
Ma la transizione al socialismo è un processo, una strategia di assedio combinato, democratica e prolungata, da portare alla società del capitale e alla sua egemonia, fatta, dialetticamente e contemporaneamente, sia di momenti di rottura dei pilastri strutturali del sistema sia di costruzioni riformatrici, di concrete realizzazioni di elementi di socializzazione progressiva in grado di sostanziare l’emergere di una forma sociale ed ecologica effettivamente inedita.
Il ruolo e la funzione cruciale di una
Europa rifondata e la necessaria
chiarificazione a sinistra
Per la transizione al socialismo e per un nuovo modello e ordine mondiale l’Europa è decisiva.
L’Europa attuale delle classi dirigenti capitalistiche, al di là delle loro diverse espressioni politiche –e in ogni caso all’interno della maggioranza che attualmente la governa – produce, al contrario, politiche liberiste e austeritarie, inadeguate e incoerenti sul piano ambientale, e, da ultimo, attivamente partecipi alle politiche di guerra (esempio Ucraina) e di sostanziale acquiescenza ai – e mantenimento dei – rapporti di dominio (esempio Palestina).
La sua cifra politico – istituzionale inoltre (all’interno di un quadro capitalistico fatto, contemporaneamente e contraddittoriamente, di rigido controllo delle compatibilità di sistema e di competizione aspra e squilibrante) oscilla e si muove, da un lato, fra la
compressione delle istanze sociali e dei tentativi autonomi e riformatori dei singoli
Stati (quando si profilano come nel caso greco) e, dall’altro, fra gli egoismi e le divisioni competitive degli Stati nazionali, specie quelli più forti.
Sta esattamente in questo fondo capitalistico, in questa altalena di rapporti il suo scarso peso internazionale, la sua crisi politica e strategica e la sua mancata funzione nell’ordine mondiale.
La critica e la messa in discussione del capitalismo europeo e delle sue politiche è anche contemporaneamente la messa in discussione “della trappola” dell’attuale dibattito politico – tutto interno al capitale, alle sue contraddizioni e alle sue divisioni- fra l’opzione della crescita della integrazione europea, sulle basi attuali, e o quella della difesa sovranista degli spazi nazionali (che si contrastano eperò insieme si tengono nella comune adesione al contenuto capitalistico, all’orizzonte liberista e autoritario, configurandosi come due differenti ipotesi del campo capitalistico, burocratico, a-democratico, che, nella loro dialettica e nel loro intreccio, fanno scomparire le alternative e producono, per l’appunto, una instabilità e un deficit politico-strategico strutturale.
E’ necessario denunciare e spezzare questo dibattito e questa falsa alternativa, certo distinguendo, ma soprattutto organizzando una discussione e una lotta centrate contemporaneamente-alla base- su un contenuto, un orizzonte ecologico-economico e di politica internazionale pienamente alternativi e – conseguentemente – su una ricostruzione e riforma dei rapporti e delle regole, orientati ad un nuovo efficace equilibrio europeo-nazionale (come dovrebbe denominarsi) fra Stato nazionale ed Europa unitaria, allocando competenze, responsabilità, poteri in modo appropriato e coordinato, rispondenti sempre al criterio e all’obiettivo guida di un nuovo modello di sviluppo legato al territorio, della trasformazione sociale, della partecipazione e del controllo democratico.
Nella prospettiva della transizione del socialismo e del tentativo di risoluzione dei drammatici problemi della nostra epoca la funzione di una Europa così ripensata è cruciale: può essere il continente potenzialmente decisivo (per forza economica e tecnologica, per pensiero critico e creativo, per capacità di relazioni ad esempio verso l’America Latina, la Cina ecc ecc) da cui può muovere la trasformazione verso un nuovo ordine mondiale.
Tale approccio, nella sua profondità ed articolazione, non sembra essere adeguatamente presente nella discussione e nelle opzioni strategiche delle forze della sinistra europea di alternativa; tanto è che siamo di fronte, nella sostanza, a sinistra dei democratici socialisti, a due partiti politici, a due ipotesi (pur con diversità non da poco a loro interno): l’una, grosso modo, tendenzialmente più radicale e più autonoma rispetto allo status-quo e alle forze socialdemocratiche e più caratterizzata “in versione nazionale”, l’altra forse più propensa al rapporto con la sinistra moderata e più “in versione europeista”.
Per parte nostra riteniamo indispensabile un approfondimento e un passo avanti chiarificatore, sulla scorta di quanto detto, e tutto un lavoro di ricerca e di lotta per costruire una nuova, adeguata sintesi ed unità.
Nel frattempo, pensiamo che il gruppo parlamentare LEFT possa essere il luogo, seppure complicato ma da preservare, di uno sforzo di confronto e di unità d’azione.
L’Italia: lo stato di crisi dei movimenti
sociali e l’anno zero della sinistra di alternativa
Al netto delle difficoltà oggettive e dei rapporti di forza della fase che abbiamo vissuto occorre lucidamente registrare sia il basso livello e l’inadeguata politicizzazione delle mobilitazioni sociali sia gli errori, i ritardi, le occasioni mancate delle diverse e divise forze della sinistra di alternativa.
Sono necessari – insieme, non c’è un prima e un dopo – una nuova stagione di lotte e di movimenti, una nuova cultura politica, un nuovo soggetto dell’alternativa.
Per quanto riguarda il soggetto esso deve essere capace, in primo luogo, di relazionarsi, dare e ricevere rappresentanza alle e dalle lotte ci classe, sociali, ecologiche, femministe più avanzate ma anche, in secondo luogo, sul piano più strettamente politico-elettorale provare a raccogliere ed intercettare la domanda –almeno di un segmento- di una più vasta opinione pubblica alla rigenerazione morale e alla riforma di un sistema politico malato, al fine di colmare il vuoto e la separazione fra popolo e istituzioni e di fare avanzare la democrazia nel segno della Costituzione.
Un soggetto – quindi – maturo. Maturo sia perché antagonista, cioè alternativo al capitalismo (alla sua struttura, alla sua logica antisociale e anti ecologica alla sua fisionomia a-democratica) sia perché riformatore, cioè consapevole della gradualità della trasformazione, attraverso una combinazione di “rotture” delle basi dell’accumulazione e della riproduzione del potere capitalistico con pause e consolidamenti del processo, di incisive riforme strutturali edificatrici di elementi di socialismo con mediazioni suggerite dal contesto sociale e dei rapporti di forza.
Antagonista e riformatore, contestualmente necessariamente insieme, a definire il profilo strategico e la collocazione politica del nuovo soggetto.
In tutti questi anni, al contrario, tutte le esperienze e le forze politiche alternative si sono dimostrate immature – ci siamo dimostrati “immaturi” – perché sono state, ad esempio, sicuramente antagoniste, ma non antagoniste–concrete, non antagoniste-riformatrici in quanto hanno ristagnato, per dirne una, in una analisi non complessa, non stratificata, non moderna del capitale che ha impedito loro l’esercizio di una lotta politica e di classe articolata, adeguata efficace.
In termini più chiari, le forze della sinistra di alternativa (ma anche i movimenti), collocate sul giusto fronte del superamento del capitalismo che è il nostro campo, hanno però continuato a pensare la “rottura” in modo meccanico, sbagliato, non dialettico.
Secondo, in primo luogo, una visione non moderna e non stratificata del capitalismo in occidente, che è la faccia immediata che abbiamo di fronte – sia pure, certamente. nell’unità drammatica col e del capitalismo di rapina, di spoliazione e da accumulazione primitiva del mercato mondiale – (in termini sociali non solo gli operai classici e i lavoratori dipendenti ma la porzione cruciale del lavoro dipendente intellettuale, in parte precario, tutta l’area del precariato, non solo quello “basso”, la diffusa e crescente fascia del lavoro individuale ed autonomo, specie giovanile disseminato dalle trasformazioni e dalle articolazioni del modo di produzione, in agricoltura, nell’artigianato, nei servizi, interessato e mobilitabile – anche con un pieno investimento culturale che ne sottolinei le istanze di autonomia e di libertà – contro la finanza, il grande capitale, il monopolio capitalistico delle catene del valore, l’oppressione burocratica: tutte situazioni che possono estendere e dare contenuto reale concreto alla moderna lotta anticapitalista) e quindi con un approccio datato retrospettivo inefficace al tema delle alleanze e del blocco sociale da costruire con negativi evidenti conseguenze sul tipo di rappresentanza e di programma di cambiamento da proporre.
In secondo luogo, affidando la rottura ad un mero, lineare accumulo di lotte sociali una dopo l’altra (che non a caso non ci sono state perché riferite ad un blocco sociale assai ristretto ed ideologizzato), scontando pesantemente una importante carenza di cultura e pensiero politico e sottovalutando altri aspetti essenziali, a tutto campo, dell’iniziativa e della creazione politica, della conquista di spazi ed opportunità ulteriori.
In sostanza, riassumendo, la sinistra alternativa, di classe e di movimento, alla quale abbiamo in vario modo partecipato, al netto delle difficoltà oggettive della fase, non ha avuto una proposta politica complessiva.
Una proposta politica complessiva capace sia di parlare egemonicamente alla struttura del Paese reale e di organizzare egemonicamente un fronte sociale adeguato, sia di avanzare, contemporaneamente, sul lato e sul versante più propriamente politico-elettorale, una idea originale, una forma inedita di nuova unità che producessero nell’insieme, in sintesi, il nuovo blocco sociale e la rappresentanza di quelle parti, più vicine a noi, di opinione pubblica di sinistra e democratica, stanche dei teatrini, delle divisioni incomprensibili, delle arretratezze di una sinistra, anche radicale, che voterebbero se solo fosse più unita, nuova, moderna.
L’ inadeguatezza e la disunione, per varie ragioni e responsabilità, di questa sinistra politica (Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Potere al Popolo e altri), oltre alle inadeguatezze ormai cronicizzate di pensiero e di pratica di forze come i centri sociali e alla insufficienza e alla scarsa politicizzazione dei movimenti sociali, hanno peraltro contribuito a ritardare la presa di coscienza di militanti e elettori, potenzialmente disponibili all’autonomia e all’alternativa, determinando una discreta rendita di posizione a favore di forze come Sinistra Italiana e Alleanza Sinistra Verdi, collocate nel centro sinistra, che, potrà durare fintanto che non arriveranno al nocciolo i nodi di fondo di politica estera, economica, istituzionale e fintanto che non si organizzerà il soggetto necessario dell’alternativa.
Le tre condizioni del soggetto dell’alternativa
Sono tre le condizioni minime necessarie per la partenza e la costruzione del processo costituente del soggetto antagonista e riformatore. Deve essere: in primo luogo, nuovo, unitario il più possibile, ma nuovo, non impelagato nell’immaginario delle divisioni minoritarie, nuovo nel nome, nel simbolo, nella forma; in secondo luogo, fermo e deciso nella sua autonomia politica; in terzo luogo, credibile, capace di una articolata proposta programmatica, per temi e settori, per il breve e il lungo termine, con una postura e cultura di governo (se per governo si intende non lo stare “istituzionalmente” al governo ma la capacità sia di proporre e di indicare soluzioni concrete per le persone sia l’esercizio della direzione di processi più di fondo).
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Occorre innanzitutto una iniziativa, una invenzione, un atto politico creativo: è indispensabile che si dia il là ad un nuovo protagonista in grado di compiere il passo innovativo, di necessaria cesura e rigenerazione, rispetto allo stanco, litigioso e sconfitto panorama delle formazioni esistenti.
Con il loro sperabile consenso, unitario il più possibile, ma esplicitamente e irrinviabilmente nuovo. Occorre compiere, nell’ambito della costituente e della sua forma, un passaggio, una discontinuità simbolica e nominativa, una operazione ex novo che, a partire della natura ”differenziante” dell’atto, sia in grado di rivolgersi in generale (politicamente, comunicativamente, mediaticamente) a quello spazio, a quella insofferenza – domanda, latente e magari “generica”, di libertà e giustizia, di rinnovamento politico, che esiste e che non trova riferimenti ( o se li trova li trova per l’occasione per poi subito abbandonarli…).
Occorre che questa domanda – va da sè – sia attenzionata, educata, costantemente vivificata e riempita, innanzitutto con le lotte, le elaborazioni culturali, le proposte programmatiche che la consolidino in spessore e le diano prospettiva. Tale soggetto per essere effettivamente nuovo, attrattivo, efficace deve essere il risultato dell’incrocio e della confluenza di tre filoni.
Quello dell’auto rappresentanza o almeno della co-rappresentanza prodotto dalla crescita della politicizzazione, della diretta assunzione di responsabilità politica, da parte dei movimenti critici e delle loro avanguardie (detti alla rinfusa: Fridays for future, Ultima Generazione, Extinction Rebellion, i lavoratori GKN, le mobilitazioni femministe, i comitati delle vertenze territoriali…); quello che si esprime in termini più laschi e partecipa sull’onda dei social, della comunicazione e della attivazione mediatica più elementare e che tende quindi a coinvolgere una parte di sensibilità pubblica più ampia, meno cosciente e militante, ma che può essere interessata e coinvolta nella politica, alle elezioni, nella rete di influenze e contatti del soggetto, come “militanza di seconda e terza fila”, come simpatizzante ecc; quello della disponibilità e generosità – per intero o in parte – delle formazioni politiche e delle aree extra partiti (centri di iniziativa, forum, think-tank ecc) di tendenza alternativa che, finalmente, prendono coscienza di essere stati triturati e semi-travolti, di essere ora oggettivamente ridotti a simboli e identità inerziali, a gruppi politici malamente distribuiti e organizzati nei territori e decidono di mettersi dentro un progetto nuovo e comune.
Per fondere e unificare gli apporti di questi tre filoni è necessaria, come presupposto fondante, una cultura politica forte che selezioni ed assicuri la relativa omogeneità, la coerenza dei diversi contributi e li finalizzi completamente alla maturità di una operazione, al tempo stesso, antagonista e riformatrice.
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Il costituendo soggetto, se vuole contare qualcosa e divenire, nel tempo, riferimento solido e altro dal sistema capitalistico e dal sistema politico, deve avere, in questa fase, il coraggio e la chiarezza dell’autonomia e della fermezza in relazione alla politica delle alleanze: opposto alla destra, alternativo al centro sinistra. Tale posizione, nell’immediato, appare ed è tutta in salita, controvento, messa all’angolo dai rapporti di forza, dal sistema mediatico e, in buona parte, in difficoltà presso una fascia abbastanza ampia della stessa opinione pubblica di centro sinistra e di sinistra (quella che vota, soprattutto, in parte anche quella che lotta). In generale (avendo commesso errori decisivi quando il contesto era diverso) l’attuale ciclo politico è contro di noi.
Oggi, con il centro destra al potere, il centrosinistra ha buon gioco nel riverniciarsi all’opposizione, nel far dimenticare e nel coprire le responsabilità del passato e le sue contraddizioni, e prova a sfruttare la rendita di posizione e a ripresentarsi come l’alternativa possibile, chiudendo gli spazi sociali e politici alla sua sinistra, grazie anche alla tenaglia bipolare e ad una Legge elettorale ipermaggioritaria.
Per tutti questi motivi e con questa cultura politica occorre saper reggere alle difficoltà, alle trappole, alle mistificazioni dell’attuale ciclo politico, stare lontani dalle sirene e dalla integrazione, oggettivamente subalterna, nelle alleanze (nelle maggioranze e nei Governi) e preparare, nel processo, le condizioni, affinchè, a medio termine, in particolare quando l’attuale ciclo politico si sarà concluso e il centrosinistra sarà di nuovo chiamato al Governo, il Soggetto – al quel punto – costituito, allenato, adeguato possa interpretare le ineliminabili contraddizioni della struttura del Paese, le disillusioni popolari, le domande e i bisogni che resteranno insoddisfatti, sia in grado di beneficiare di una crisi che non sarà risolta e resterà aperta come “occasione” di intervento, possa guidare la lotta per l’alternativa e divenire una forza di massa. Questo è un punto imprescindibile dell’analisi, che si porta dietro il conseguente posizionamento strategico, nell’attuale fase, del soggetto. Non significa: alleanze mai.
Significa che oggi, per una questione di contenuti e di rapporti di forza, per la questione della nostra “infinita” debolezza non è possibile una alleanza con il PD e il centro sinistra. Una alleanza in queste condizioni ci ingabbierebbe, ci frustrerebbe, ci isolerebbe dalla domanda, attuale e soprattutto futuribile, di mutamento radicale che può sorgere dallo sviluppo della crisi organica. Non è partito preso. E’ l’insegnamento, è la storia delle sconfitte, dei fallimenti delle sinistre più coerenti all’interno delle alleanze e dei Governi, più o meno ampi e vari, di centro sinistra, di tregua, di emergenza, tecnici ecc ecc.
Quindi la rivendicazione della nostra tenace autonomia si fonda sulle ragioni dei contenuti, dei rapporti di forza, dello stato dei movimenti e su una esperienza, ormai “sterminata”, del funzionamento dei cicli, dei pendoli della politica dell’alternanza. A chi è molto preoccupato della destra (fascista), a chi chiede l’unità del centro sinistra largo, più o meno a prescindere, a chi è attratto, in questo percorso, in particolare da Alleanza Verdi Sinistra, noi dobbiamo rispondere nel modo e con le motivazioni già esposte.
Sappiamo che è molto difficile ma è il prezzo come Sinistra di alternativa che dobbiamo pagare per gli errori in serie commessi fino ad oggi ed è il peso inevitabile da sopportare, oggi, per poter essere eventualmente qualcuno, domani. Sul piano tattico ai compagni e ai cittadini preoccupati possiamo e dobbiamo però “concedere” che questa linea non chiude per sempre alle alleanze (che diventeranno accettabili e possibili quando i movimenti in atto, il cambiamento del ciclo politico, l’avvenuto rafforzamento del soggetto saranno nelle condizioni di mutare rapporti di forza e linee politiche; così come possiamo “tranquillizzarli” essendo duttili, attivi, presenti, “unitari” nelle Piazze e nelle campagne prossime (contro l’autonomia differenziata e il premierato, per il salario minimo, per la Sanità pubblica, nelle lotti sociali e sindacali ecc).
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Il terzo elemento è quello della capacità di elaborazione e di articolazione di una complessiva proposta programmatica, della sua credibilità e praticabilità, di una vera e propria postura e cultura di Governo, pur dall’opposizione e nell’ambito di una dichiarata sottrazione alle alleanze per l’oggi (come se fossimo al Governo e fossimo investiti della responsabilità di affrontane concretamente le scelte di tutti i giorni) in ordine ai miglioramenti, alle modifiche parziali, alle concrete indicazioni, per esempio, di copertura finanziaria (e tenerle in coerenza con la prospettiva).
Ciò che inevitabilmente, presso la coscienza di una parte dell’opinione di sinistra e popolare, rinunciando all’alleanza, in termini di utilità e spendibilità politica, dobbiamo mettere in conto di perdere, possiamo provare a riequilibrarlo con una fisionomia programmatica articolata e credibile, non facendoci mettere all’angolo del minoritarismo parolaio.
Alcuni esempi fra gli altri: patrimoniale straordinaria e ordinaria per finanziare credibilmente gli investimenti e le occorrenze sociali, dimostrandoci propositivi su questo punto, rispetto ai silenzi e alle vaghezze del Centro sinistra (che saranno la tomba delle loro promesse); centralità dell’agricoltura e proposte concrete quantitativamente rilevanti in termini di contributi e risorse (terre, mezzi ecc) per tenere insieme contadini individuali e medi produttori, da un lato, ed esigenze ambientali dall’altro; visione sociale corretta e dunque stratificata del lavoro, affrontando non solo, come ovvio, le tante problematiche del lavoro subordinato ma assumendo come proprie le esigenze specifiche, almeno di una parte, del lavoro autonomo, del lavoro individuale “tradizionale”, del lavoro innovativo di nuova generazione – precario e meno precario – in agricoltura, nei servizi ecc, costruendo il blocco sociale del “lavoro vivo” e aiutandolo in tutti i suoi segmenti contro le logiche del capitale e della finanza.
Extrema ratio
Oggi, dunque, allo stato attuale dei contenuti e dei rapporti di forza non sono immaginabili alleanze dentro e con il Centro sinistra.
Ma, per essere ancora più “flessibili” e non apparire come pregiudizialmente negativi, si potrebbe accedere all’ipotesi di un avanzamento all’aperto, “en plein air”, davanti all’opinione pubblica, di alcuni contenuti strategici d’insieme sostanzialmente non negoziabili, non oggetto cioè dell’intavolamento di un negoziato (nel quale spesso si viene confusi, irretiti e giocati e all’interno del quale in genere si perdono i fondamentali): all’accettazione integrale e pubblicamente dichiarata dei quali può scattare la convergenza tattica elettorale.
I contenuti, nel loro insieme, non negoziabili sono:
- Ritiro immediato dell’Italia dall’impegno militare in Ucraina, diminuzione drastica del bilancio militare, Conferenza di Pace per trovare una mediazione fra diritto dei popoli, diritto internazionale, realtà sul terreno ed esigenza di sicurezza per tutti (Russia compresa), apertura di una discussione e di un processo che porti alla decostruzione graduale e al superamento della NATO, nel quadro di un organismo pan-europeo di collaborazione e mutua sicurezza dall’Atlantico agli Urali;
Riconoscimento dello Stato Palestinese, adeguato per consistenza territoriale, nell’ambito della linea due Stati due Popoli e attivazione in questo senso, contro l’attuale politica di Israele, per affermare le risoluzioni ONU, ricorrendo anche al blocco delle importazioni, a divieti di esportazioni di armi e materie prime, a sanzioni ecc;
- Ridiscussione e ”forzamento” della camicia di forza europea in ordine alla quantità e qualità della spesa per gli investimenti strategici, economici e ambientali, e per le spese sociali;
- Patrimoniale straordinaria e ordinaria indispensabili per il reperimento delle risorse fiscali nazionali;
- Messa a punto di una politica e di un programma, sia a livello comune europeo sia a livello nazionale, che ristabilisca la proprietà e il potere pubblico (partecipato e collettivo) di intervento e di gestione diretta nei gangli e nei settori decisivi dell’economia (terra, una serie di industrie strategiche, banche di rinnovato interesse pubblico, cassa depositi e prestiti ……)
Questi sono punti fondamentali non negoziabili perché senza rimettere in discussione le coordinate di economia di guerra e i vincoli europei, senza realizzare la patrimoniale, senza la nuova dotazione di strumenti diretti e pubblicistici di pianificazione e di intervento sull’economia, il programma di una eventuale alleanza è pura poesia: si limiterà probabilmente ad una qualche risorsa in più su scuola e sanità, ma sempre sull’orlo dei ristretti criteri europei e delle difficoltà di bilancio e di debito nazionali, incapace di mordere sulla sostanza dei poteri reali del mercato, del grande padronato privato e/o del padronato statale di mercato, dei detentori della grande ricchezza. - Realizzazione di una riforma elettorale che ristabilisca il principio di eguaglianza nel voto, il principio di proporzionalità, garantendo –almeno – un minimo incomprimibile di rappresentatività per tutte le istanze politiche popolari, comprese quelle che, pur raggiungendo, per esempio, mezzo milione di voti – quantità non disprezzabile in una situazione di calo di partecipazione -, siccome non stanno in coalizione, non hanno alcuna rappresentanza: un’autentica violazione antidemocratica che nessuno denuncia (compreso il Presidente della Repubblica) e che cozza contro la storia della libertà, dell’uguaglianza, del diritto, dalla Rivoluzione francese in poi.
FIRMATARI:
Mentrasti Edoardo, Latini Anna Maria, Foglia Maurizio, Nicoletti Matteo, Pelagalli Giampiero, Postacchini Giuseppe, De Angelis Stefano, Mondaini Michele, Barrile Raimondo,D’Orazio Anna Maria, Lancia Massimo, Rubini Filogna Francesco, Piermattei Andrea, Santelli Nazario, Buda Arianna, Arena Alejandra, Fraticelli Giovanni, Burattini Maurizio, Pugnaloni Susanna, Ruello Letizia, Massera Enrico, Compagnucci Elena, Belegni Fabio, Giusy Montanini, Nicola Sciulli
Ancona 9 settembre 2024
PER ADESIONI: liberazionemovimento@gmail.com
